Jim Morrison. Le parole del Re Lucertola…

agosto 8, 2007

Jim Morrison

“Mi mancherà sempre”. È con questa breve frase che termina il libro “Light my fire. La mia vita con Jim Morrison”, scritto da Ray Manzarek, il tastierista della band The Doors. Jim Morrison è entrato a pieno titolo nella lunga galleria degli immortali della musica rock. Scomparso in circostanze mai pienamente chiarite a Parigi, il 3 Luglio 1971, Jim Morrison non era soltanto un cantante dalle indubbie qualità vocali: era un poeta vero, un amante della letteratura francese e di quella greca, un rivoluzionario senza ideologie di riferimento e, al tempo stesso, una personalità complessa. Era l’anima poetica e teatrale dei Doors, capace sia di ipnotizzare il pubblico dei giovani dell’epoca e sia di impressionare favorevolmente (spesso, di stupire) il mondo dei critici più esigenti. Poeta maledetto, animo ribelle e dotato di un’ampia vivacità intellettuale, era attratto, oltre che dalla musica, dall’arte cinematografica. Dopo le scuole superiori, frequentò con profitto la scuola di cinematografia presso l’UCLA, dove diventò amico di Francis Ford Coppola, il grande regista che, molti anni dopo la scomparsa di Jim, volle inserire in una delle scene più intense del suo capolavoro “Apocalypse Now” la canzone forse più rappresentativa della poetica morrisoniana, “The End”. Nei testi scritti da Jim Morrison, ci sono temi ricorrenti, a tratti anche inquietanti: le contraddizioni umane, la ricerca della libertà, la fuga dai più rigidi schemi sociali, il sesso, il rifiuto del perbenismo e, soprattutto, la morte. Fin dalla tenera età, la mente di Jim era affollata di pensieri, di immagini, di percezioni e di fantasmi; non furono le droghe e l’alcool assunti dopo l’adolescenza a trascinare la mente ed il cuore di Jim in un abisso fatto di forti tensioni personali, di travagli e di terremoti interiori: tutto ciò era già dentro di lui. Un tragico episodio turbò la sua mente in tenera età: durante un viaggio in auto con la sua famiglia, vide un camion ai bordi della strada che si era rovesciato. Il camion trasportava alcuni pellerossa di una riserva indiana. Vide alcuni di essi morire davanti ai suoi occhi e ciò, nonostante le rassicurazioni dei genitori, lo sconvolse. Per anni, avrebbe poi ripetuto che l’anima di uno dei pellerossa era entrato dentro di lui. I testi scritti ed interpretati da Jim, con l’eccellente base musicale degli altri Doors, possono fare tutto, meno che lasciare indifferente chi li ascolta con attenzione anche oggi. In “Break On Through”, c’è il desiderio di esplorare mondi nuovi, di aprirsi un varco attraverso la vita: “You know the day destroys the night, night divides the day, tried to run, tried to hide. Break on through to the other side”. In “The Crystal Ship”, autentico capolavoro intimista e ricco di quesiti, c’è la volontà di superare ogni dolore affidandosi al fare esperienze: “Oh tell me where your freedom lies, the streets are fields that never die”. Ma è fin dalle prime opere dei Doors che emerge una parola, un termine al quale Jim era indissolubilmente legato: la fine, the end. In “End Of The Night”, è chiaro dove si colloca l’animo del cantante maledetto: “Realms of bliss, realms of light, some are born to sweet delight, some are born to sweet delight…some are born to the endless night”. Ed è una notte che pare non avere fine, la vita di Jim, al di là delle frequenti esibizioni scalpitanti sui palchi di mezza America. “The End” è un vero e proprio pugno allo stomaco, si tratta di un’opera cantata e parlata, teatrale e intensa. Sembra, inoltre, come il racconto di chi ha passato certe porte, le porte della percezione: “No safety or surprise, the end, I’ll never look into your eyes again. Can you picture what will be, so limitless and free, desperately in need of some stranger’s hand in a desperate land…”. Certo, in molti altri pezzi, Jim Morrison è un rocker classico e un bluesman, ma il richiamo verso la fine come termine ultimo di ogni male rimane molto spesso onnipresente, come in “Roadhouse Blues”: “The future is uncertain and the end is always near”. Nella mente di Jim Morrison, la vita è un gioco al rialzo, dove esperienze eccitanti e inattesi pericoli si fondono senza sosta. Eppure, a volte, anche in una canzone inquietante e di grande atmosfera come “Riders On The Storm”, sorprendentemente, pare esserci una speranza “normale”, una via d’uscita: “There’s a killer on the road, his brain is squirmin’ like a toad. Take a long holiday, let your children play. If you give this man a ride sweet family will die. Killer on the road. Girl you gotta love your man. Girl you gotta love your man. Take him by the hand, make him understand. The world on you depends, our life will never end…”. Jim Morrison si sentiva un poeta, prima che un cantante rock diventato sex symbol. Nel corso degli anni, cresceva la sua insofferenza nei confronti della sua immagine di rocker. Voleva scrivere poesie e dire basta al grande circo che lo aveva accompagnato dal 1965 fino al 1971. Al di là dei suoi eccessi, del suo essere figlio del proprio tempo (un tempo di contestazioni, Vietnam, di rivolta giovanile) e dei suoi comportamenti a volte contraddittori, a distanza di tanti anni dalla sua scomparsa parigina, molte domande relative alla sua personalità artistica ed al suo complesso mondo interiore restano senza risposta. Cosa vedeva? Quali immagini interiori sentiva affollare la sua mente? Cosa percepiva di così intenso, quasi fosse un medium o uno sciamano, che lo spingeva a creare testi così stupefacenti che avevano (e hanno) il grande pregio di scandagliare i risvolti più nascosti dell’essere umano? Sul palco, le sue esibizioni erano pressoché ipnotiche, agivano sull’animo degli spettatori che sembravano assistere non solo ad un concerto rock, ma a qualcosa di diverso: un mix tra musica, teatro e poesia, in cui la voce calda e profonda di Jim catturava chiunque. Di lui, ora, resta una lapide presso il cimitero parigino di Père Lachaise, meta di pellegrinaggio di uno sconfinato pubblico di appassionati, ma, soprattutto, restano le opere, gli scritti e le incisioni realizzate con gli altri membri della band, Ray Manzarek (organo e tastiere), Robby Krieger (chitarra) e John Densmore (batteria), musicisti di altissimo livello.
Agli appassionati delle opere doorsiane, non può sfuggire la parte iniziale di “The Soft Parade”, cantata da Jim Morrison con una voce particolarmente calda e carica di malinconia:
“Can you give me sanctuary? I must find a place to hide, a place for me to hide. Can you find me soft asylum? I can’t make it anymore. The man is at the door”.
Personalmente, ho sempre pensato che Jim, con quelle parole, avesse cercato soccorso, avesse tentato di chiedere aiuto. Ma, ormai, era troppo tardi.
Mi mancherà sempre.

 

@Mark_Mancinelli

 

 


The Living Words…

luglio 17, 2007

The Living Words.

Le Parole Viventi.

Parole che provengono dalla creatività e dall’anima di grandi artisti: cantanti, rockers, poeti.

Ad esse ed ai loro autori, è dedicato questo blog.

Il blog The Living Words.

@Mark_Mancinelli